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Premio Nobel per la Letteratura doppio, questa volta. L’Accademia svedese ha tributato il riconoscimento per l’anno 2018 alla scrittrice polacca Olga Tokarczuk, nata nel 1962. All’autore austriaco Peter Handke, nato nel 1942, è stato assegnato il Nobel per l’anno 2019. L’ultimo Nobel per la Letteratura era stato assegnato nel 2017 a Kazuo Ishiguro. Dopo lo scandalo per molestie che nel 2018 aveva colpito il marito di una giurata, il fotografo e regista Jean Claude Arnault e travolto l’Accademia di Svezia portando a una serie di dimissioni, il premio era stato sospeso e rimandato al 2019.

PETER HANDKE – Intellettuale scomodo e mai accomodante, durante gli anni ’90 il controverso Peter Handke è stato una voce decisamente isolata, dall’indomani del disfacimento della ex Jugoslavia: ha sempre difeso il diritto dei serbi contro i croati, contro i bosniaci, contro i kosovari, e per questo ha suscitato incomprensioni, antipatie, se non odi. Con i bombardamenti su Belgrado, una capitale europea, «è morta l’Europa ed è nata l’Unione Europea», disse lo scrittore austriaco suscitando infine polemiche e discussioni. Nel novembre del 1995, Peter Handke viaggiò in Serbia, nel «paese di coloro che sono abitualmente definiti gli aggressori». Figlio di madre slovena, ha sempre guardato all’ex Jugoslavia con la speciale attenzione che si porta alle proprie radici. A suo avviso, la stampa tedesca e francese hanno criminalizzato i serbi, costruendo una precisa immagine del nemico di cui lo scrittore in articoli e libri si è sforzato di analizzare i meccanismi politici, culturali e psicologici. Il libro «Un viaggio d’inverno, ovvero giustizia per la Serbia» (Einaudi, 1996) è la descrizione del viaggio di Handke a Belgrado e poi in Serbia, fino ai confini con la Bosnia. Segue un Epilogo in cui lo scrittore espone il progetto poetico che sta alla base delle sue tesi.

OLGA TOKARCZUK – La scrittrice polacca Olga Tokarczuk ha conquistato piena consacrazione internazionale con il romanzo «I vagabondi» (tradotto in italiano da Bompiani) che le è valso il Man Booker International Prize 2018, il più prestigioso premio letterario di lingua inglese. L’opera è un inno al cambiamento, che è sempre più nobile della stabilità. La narratrice che ci accoglie all’inizio di questo romanzo, confida che fin da piccola, quando osservava lo scorrere dell’Oder, desiderava una cosa sola: essere una barca su quel fiume, essere eterno movimento. È questo spirito-guida che ci conduce attraverso le esistenze fluide di uomini e donne fuori dell’ordinario, come la sorella di Chopin, che porta il cuore del musicista da Parigi a Varsavia, per seppellirlo a casa; come l’anatomista olandese scopritore del tendine d’Achille che usa il proprio corpo come terreno di ricerca; come Soliman, rapito bambino dalla Nigeria e portato alla corte d’Austria come mascotte, infine, alla morte, impagliato e messo in mostra; e un popolo di nomadi slavi, i bieguni, i vagabondi del titolo, che conducono una vita itinerante, contando sulla gentilezza altrui. Come tanti affluenti, queste esistenze si raccolgono in una corrente, una prosa che procede secondo un andamento talvolta guizzante, come le rapide, talvolta più lento, come se attraversasse le vaste pianure dell’est, per raccontarci chi siamo stati, chi siamo e forse chi saremo: individui capaci di raccogliere il richiamo al nomadismo che fa parte di noi, ci rende vivi e ci trasforma, perché «il cambiamento è sempre più nobile della stabilità».

Sandro Bennucci

Fonte: www.tweetimprese.com

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